Joseph Berglinger 2

Sua gioia principale fin dai primi anni era stata la musica: a volte ascoltava qualcuno suonare il pianoforte e suonava lui stesso un poco, poi, a forza di un divertimento così ripetuto, la sua interiorità evolse in modo tanto peculiare da divenire essa stessa musica. E il suo spirito, attratto da quest’arte, si aggirava nei crepuscolari meandri della sensibilità poetica.

Fece epoca nella sua vita il viaggio verso una residenza vescovile dove abitava un parente benevolo, che lo aveva molto a cuore e che per qualche settimana lo condusse con sé. Allora Joseph Berglinger si sentì assurgere oltre i SETTE CIELI. Inebriato da una miriade di musiche, volteggiava come una farfalla nell’aria assolata.

Testo originale del Joseph Berglinger con quadretto scoiattolo sul fondo

Appena captava un suono d’organo entrava in una chiesa dove stava in ginocchio, umile, in profonda contemplazione ascoltando gli oratori sacri, le cantate, i corali che si effondevano sotto le alte volte, con suoni gravi di tube tonanti. Prima che la musica avesse inizio era per lui come trovarsi in mezzo a un brulichio di folla sommessamente mormorante; come se in un giorno di mercato l’ordinaria esistenza degli Umani gli ronzasse sgraziatamente intorno assordandolo con il rumoreggiare delle piccinerie terrestri. Impaziente, aspettava il primo suono che prorompeva possente e maestoso come l’espirazione di un vento soffiato dal cupo silenzio cosmico, allora era come se una immensa ala, dispiegandosi sopra di lui, lo sollevasse su da una arida landa verso il cielo lucente. In quei momenti, mentre il fosco sipario delle nuvole svaniva ai suoi occhi mortali, stava fermo e silenzioso, lo sguardo fisso al suolo. Il Presente sprofondava e il suo spirito errava libero dalle meschinità terrene che ne impolverano lo splendore; attraverso la musica i suoi nervi si scuotevano lievemente abbrividendo, e a ogni transizione sonora lasciava che gli apparissero svariate immagini.

Così una volta, nel bel mezzo di cerimonie che glorificavano Dio, aveva visto re David che inneggiava e danzava in Sua lode con tanto di corona e di lungo manto, di fronte all’ARCA. Avvinto dai suoi estatici moti, il cuore gli era balzato in gola e mille sensazioni in lui sopite meravigliosamente si risvegliarono. Quando ascoltava musica era come se uno speciale raggio di luce lo rischiarasse, e con un intelletto più vasto, uno sguardo più aperto e una malinconia suprema, guardasse l’intero brulichio del mondo.

Insomma: quando usciva da una chiesa, ebbro di vino spirituale, sentiva in sé una nobile purezza e osservava i passanti con altri occhi traendone una sgradevole impressione, e se notava due che fermavano il passeggio per ridere o dirsi le novità diceva a se stesso: invece tu devi vivere tutto il tempo in questa ebbrezza e la tua esistenza sarà musica…

Quando si trovava a pranzo con la famiglia e provava quel compiacimento classico di chi si trova in una compagnia scherzosa, allora si sentiva scontento che quella ebbrezza fosse sfumata come nuvola splendente: difatti si sapeva risprofondato nella vita prosaica dei mortali.

Questo amaro contrasto tra il suo innato, etereo entusiasmo e quel nodo che stringe alla vita ogni essere con violenza, ogni giorno, rubandogli i sogni, gli rese difficile l’esistenza.